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SCRITTI

POESIE

  • Scusami
  • Specchio

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    SCUSAMI da PAROLEGATE I°

    scusami per tutte le volte che ho alzato la voce
    volevo dare inutilmente piu' peso alle mie parole
    nella speranza che il suono le rendesse piu' vere

    scusami per aver osservato molti tue gesti
    volevo capire, sapere, confrontare la tua anima
    sperando di vedere in te il mio crescere

    scusami per non aver osservato molti tue gesti
    volevo ammirarti come un sogno lontano
    credendo che questo servisse al tuo volo

    scusami per i limiti alla tua libertà
    volevo proteggerti da un mondo vigliacco
    non pensando che la tua vita non e' la mia

    scusami per quando ti ho trattato da amico
    volevo sentirti tra i miei amici
    per parlati di quello che ho dentro senza inibizioni

    scusami per gli abbracci e baci che non ti ho dato
    volevo lasciarti la scelta di farlo
    fallendo un desiderio reciproco di tenerezza

    scusami per il volto rabbuiato e cattivo
    volevo punirti per le tue scelte che mi limitavano
    dimenticando che il non parlarci frena la comprensione

    scusami per le mie idee esposte con troppa fermezza
    volevo sentire la tua critica sincera
    immaginandoti sui testi per conoscere e sapere

    scusami se ti volevo già uomo
    volevo condurti al mio fianco sui sentieri della vita
    credendo che gli anni non avessero importanza

    scusami se spesso non riesco a dirtelo
    volendo sembrare un vecchio padre
    sperando che il mio amore ti arrivi piu' vero

    scusami figlio, se ti amo cosi'

     

    SPECCHIO da PAROLEGATE II°

    occhi assonnati mi guardano senza colore
    ci conosciamo da troppi anni, lunghi e giornalieri
    leggo le tracce che solcano la fronte
    non ricordo piu' il giorno che sono nate
    sembrano da sempre legate al mio viso
    un insieme di pensieri e dubbi, vita vissuta

    la mano scorre, accarezza la barba
    foresta di alberi nani e potati
    come soldati senza disciplina guardano ai lati
    scrutano, inconsapevoli, le appendici del mondo
    un colore spruzzato che non rende migliori
    ornamento desueto di maschi guerrieri

    osservo critico quello che vedo
    serve a decidere se sono triste o allegro
    se ho riposato su di un letto di idee
    o macerato nei dubbi del sogno distratto
    la serata, la carne, il vino,
    passato, passato
    il fango di dolori compagni di strada,
    presente, presente

    specchio, grillo parlante di un indolente
    che guardandoti sprofonda nel solito andare
    per aggiungere numeri al suo prezzo di puttana
    vendendo ogni giorno pezzetti di corpo e di tempo
    per la ruota che girando schiaccia e appiattisce

    lasciando vischiosa traccia del non vissuto

       
     

     

    Arte, comunicazione e confronto.

    Oggi quello che in me è arte è sicuramente confronto e comunicazione; ma da dove nasce questa unione, questa necessità?

    Parlare di come è nato in me il desiderio di "coprir di colore le tele", non ha di per sé una grande importanza.
    Ci sono mille modi e motivi perché una persona mediamente intelligente e parzialmente folle inizia a dedicarsi all'arte.
    Per chi, come me, ha iniziato in tarda età, non ci sono stati stimoli dovuti al talento, agli studi o ai consigli di amici, ma piuttosto una sfida, un tentativo, una curiosità che ti portano a tentare e provare il tuo fare in un mondo nuovo.
    Gli inizi sono disastrosi, fino a quando non si comincia a pensare e riflettere su quello che si è già fatto.
    Poi, complici letture, discussioni, critiche e apprezzamenti, si generano i primi step migliorativi, così sali i primi scalini, e mano a mano che ti senti crescere, capisci cosa ti ha spinto a farlo.
    Allora tutto diventa più cosciente, più difficile e doloroso.
    Nessuno dei termini che uso e userò è in chiave tragica o negativa, il tutto va visto in un'aura di vita, di piacere interiore, di appagamento temporaneo, dove tutto ha un prezzo, non definito, non chiaro, ma interno al tuo sentire. Nelle prime esperienze ti scontri, ti maceri nel comprendere, nell'apprendere, nello studiare cosa sono per te le dimensioni, la ricerca in se stessi, il perché dei colori, di quelli che si incontrano e di quelli che si scontrano, per tono dimensione e matericità.
    La forma, soprattutto nell'informale, può far danni, perché non hai riferimenti, non hai proporzioni ne prospettive da rispettare o negare, ma solo la tua voglia di comunicare e di domandare.
    Inizia un confronto che è tecnico ma anche interpersonale, ti rendi conto più o meno improvvisamente che tutto quello che metti in essere, che crei, è figlio di un bisogno fondamentale: comunicare.
    Prima di arrivare a ciò c'è un percorso, almeno per me, che devo affrontare, per molti aspetti tecnico, per altri non so.
    Un primo passo è la scelta del supporto: cartone, legno, tela o altro. Quindi le prime domande, da dove vuoi partire? Materiale povero, materiale "solito", grande se devi esprimere un gesto ampio, medio se vuoi demandare molto al fruitore, piccolo se vuoi stimolare l'esplosione mentale, non visiva.
    Poi il grande bianco, spaventoso, terrorizzante nella sua luce di non colore. Il bianco della tela mi fa "tremar le vene ai polsi".
    Aspetti, attendi che cresca la rabbia, la voglia di sopraffare questo bianco definito come l'insieme di tutti i colori dello spettro.
    A volte non riesco, mi blocco; allora lo trasformo e preparo il fondo, rosso, giallo o nero. Ora posso dedicarmi all'opera.
    Sono passaggi artisticamente invisibili, sconosciuti, ma che sono la base di quello che ci andrò a mettere sopra.
    Poi l'opera, dopo le prime mosse, le prime stesure, prende vita e allora la comunicazione diventa a doppio senso, tu imbratti lei emoziona, tu modifichi e lei cambia espressione; in quello che a volte è lotta e altre volte è incontro si sviluppano forme, segni e colori che portano al risultato finale, all'ultimo fotogramma, quello e solo quello che anche gli altri potranno vedere.
    Sarà anche capace di comunicare, di parlare, di spiegare come è diventata adesso questa opera?
    Dubbi, blocchi, ricordi, ripensamenti vissuti con il terrore di aver detto poco o di aver detto troppo, di aver raggiunto un equilibrio incompleto ma corretto o di averlo superato e reso tutto banale.
    Non è un comunicare, per quello ci sono tanti altri modi, ma il comunicare. L'essenza, l'io confronto che diventa l'io-tu, un insieme follemente appeso ad un sentire che oserei dire cosmico.
    Questo comunicare nel confronto, attraverso linguaggi, segni, colori è quanto di più bello esista, e ripaga a tal punto lo sforzo, la fatica, il dolore tutto mio nel pensare e realizzare un'opera, che fa diventare piacevole il percorrere questa strada.
    Certo, devo anche confessare che la porta dello studio diventa sempre più somigliante alle colonne d'Ercole di antica memoria, un salto nel buio che ti assicura un'autocritica feroce, un misurarsi con rabbia e dolore, tuoi ma che sono monumentalmente sparsi su tutta la terra, promette, e a volte mantiene, la gioia che ti fa danzare davanti ad un'opera, il sereno appagamento che ti fa sedere stanco ad osservarla per ore, la meraviglia che si esprime sotto forma di dubbio, " ma l'ho fatto io?".
    Una moltitudine di sensazioni, che vivi con ogni parte del corpo e della mente, che ti fa sentire in sintonia e contrasto con il mondo che conosci.
    Poi proprio quando, passato il tempo, con la mente "in altre faccende affaccendata", incontri una persona, un amico, uno sconosciuto che ti parla della tua opera scopri che la comunicazione che tu avevi inserito o tentato di inserirci ha creato un canale, fatto di brividi, di sospensioni e immagini, che vivi insieme.
    Il vedere questo canale sintetico o prolisso che sia, decifrare, capire, sentire il tuo sentire, il tuo io-tu, ampliato da punti di vista confluenti ma diversi, ti rende un essere diverso, inciso e scolpito da questo flusso di comunicazione che non ha media, traduttori o spiegazioni terrestri.
    Non sempre le opere e la "persona" con cui comunichi danno questi risultati. Di certo fissano una piccola nuova e delicata piuma sul tuo corpo, che lo rende sempre più pronto a volare.


     

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